Basta curare i bambini. Prendiamocene ‘semplicemente’ cura.

Parco giochi

La scorsa settimana ho avuto l’occasione di incontrare nuovamente il ‘mio’ pedagogista di riferimento, Paolo Cingolani di Liberamente, grazie ad uno degli incontri periodici organizzati dall’asilo Fantaghirò di Fabriano. A dispetto dell’ultima volta, in cui la conversazione era stata abbastanza libera e partiva direttamente dalle domande dei genitori, il pedagogista ha voluto affrontare un argomento preciso e che gli sta molto a cuore: il tornare a prendersi cura dei bambini, anziché curarli.

La sua riflessione parte da alcuni concetti fondamentali:

Cultura della cura

Negli ultimi anni c’è stato un aumento esponenziale del numero di bambini, anche di 2-3 anni, che vanno in terapia dagli specialisti. Numeri che palesano una tendenza al curare, anziché prendersi cura dei bambini. Perché tutto ciò?
Da un lato ci sono i genitori, che di fronte alle difficoltà nell’educare un bambino scivolano nella ricerca di una diagnosi, di un qualsivoglia disturbo che legittimi le loro difficoltà: “Eh sai, non si ferma un attimo e facciamo molta fatica a gestirlo, ma soffre di iperattività, adesso è in cura dallo specialista”.
Dall’altro ci sono le maestre. che a volte si arrischiano a fare diagnosi su tutti i bambini che si discostano dai cosiddetti ‘standard’.

Ed è così che le problematiche e le difficoltà di genitori e insegnanti vengono trasferite sui bambini, quando invece dovrebbero essere riconosciute e gestite dall’adulto. Un genitore con particolari ansie, dovrebbe partire da se stesso, imparando ad esempio a gestire l’emotività. E questo ce lo diceva anche la nostra Roberta Cavallo, di cui vi ho parlato in un post di qualche settimana fa.
Dal canto loro, le insegnanti non dovrebbero proporre cure, ma soluzioni. E se riscontrano delle difficoltà in un bambino dovrebbero prima informarsi, formarsi e lavorare insieme a lui, investire sulla propria professionalità, prima di cederlo ad uno specialista.

Cingolani ci ha tenuto a sottolineare che non tutti gli insegnanti o le strutture o i genitori si comportano così, e che ci sono tante realtà in cui genitori, insegnanti e specialisti collaborano insieme per creare un ambiente e un modello educativo adatto ad ogni bambino, nel rispetto delle singole caratteristiche, senza arrivare direttamente a ‘medicalizzarlo’. Ma se i bambini ‘affetti’ da DSA (Disturbo Specifico dell’Apprendimento), che storicamente sono il 4-5% della popolazione scolastica, oggi sfiorano il 10% e sono in costante aumento, probabilmente la metà dei bambini che affollano gli studi medici, non sono che ‘malati immaginati’.

Teoria che viene supportata anche da altri specialisti, come Edgardo Reali – Psicoterapeuta, che in un articolo sulla rivista UPPA sostiene di aver “visto enormi problemi d’ansia (davanti a verifiche, interrogazioni e test di lettura) divenire Disturbi Specifici dell’Apprendimento che magicamente sparivano appena il bambino si rilassava. Infine, mi è capitato di vedere questa diagnosi utilizzata impropriamente al fine di proteggere i bambini dalla bocciatura per problemi sociali, culturali ed emotivi, di cui i DSA erano solo la punta dell’iceberg“. Per approfondire, leggete anche questo suo articolo sui disturbi specifici dell’apprendimento.

Vi segnalo anche questo articolo, sempre su UPPA, che affronta l’argomento:
ADHD: un bambino vivace non è malato

Profezie che si auto-avverano

Il messaggio che è passato durante l’incontro non è stato affatto quello di diffidare degli specialisti (dopotutto Cingolani stesso lo è), quanto piuttosto quello di considerare il bambino per quello che è. Osservarlo con occhio clinico ci porterà solo a vederne i difetti. Un bambino realmente ‘disturbato’, agli occhi di uno specialista mostra con evidenza il suo problema. Tutti gli altri sono semplicemente bambini, con i loro tempi e le loro infinite qualità.

Ma perché è importante affidarsi agli specialisti solo quando è effettivamente necessario?
Come in uno specchio, l’immagine che un bambino ha di se stesso è il riflesso di quello che gli viene dall’ambiente. Sentirsi dire che ha il tal problema, o la tale difficoltà, e vedersi portato in visita dai vari specialisti, lo porterà, a conferma dell’effetto Rosenthal (o appunto, della profezia che si auto-avvera) a credersi malato, sbagliato, effettivamente in difficoltà e disturbato. Incidendo pesantemente sia sulla sua autostima che sulla fiducia nelle sue capacità, e portandolo molto probabilmente a lasciarsi andare a quello che gli altri hanno stabilito per lui.

I bambini con delle reali difficoltà e disturbi vanno aiutati. A tutti gli altri va lasciato il diritto di essere bambini, e di sentirsi giusti nella loro pelle e nei loro tempi.

Per farvi capire meglio, immaginate un bambino non troppo portato per le attività manuali. Per sviluppare la manualità fine, ha senso fargli fare in ambulatorio esercizi che ‘imitano’ la realtà, come allacciare bottoni su una tavoletta? Proponendogli a casa delle attività reali, tipo allacciarsi la camicia o i pantaloni, non si otterrebbe lo stesso risultato, senza passargli il messaggio dell’avere qualcosa che non va?

Stimoli giusti nel giusto tempo

Un’ipotesi che il nostro pedagogista ha fatto, in merito all’aumento di questi cosiddetti disturbi, riguarda l’eccessiva stimolazione a cui i bambini di oggi sono sottoposti.
Sin dall’asilo nido, quindi in tenerissima età, dalla mattina appena svegli fino al momento di andare a letto, i bambini sono sottoposti a un continuo di regole e procedure da seguire ed eseguire. Dalla fretta mattutina per prepararsi, passando per la realtà necessariamente strutturata (e fondamentale) della scuola, con i suoi tempi, le sue regole e le sue attività, per poi arrivare a tutte le attività pomeridiane, programmate e spesso fatte inseguendo il tempo. Di fronte ad una giornata così, molti bambini sono ipereccitati, riuscendo difficilmente a concentrarsi o rilassarsi. E in queste condizioni sono più difficili da gestire, portando genitori, nonni e insegnanti allo ‘sfinimento’.
Al di là delle normali e necessarie attività, tra cui ad esempio l’asilo, molti dei ‘riempitivi’ pomeridiani potrebbero essere evitati, lasciando al bambino la possibilità di riappropriarsi del tempo lento, per rilassarsi e dedicarsi alle cose che gli piacciono, senza procedure o tempi da rispettare. Lo sport, ad esempio, secondo Cingolani sarebbe da bandire prima dei 6 anni. Un parco giochi o una bicicletta, per un bambino in età prescolare, sono più che sufficienti ad esprimere i suoi bisogno motori, senza dover sottostare, anche in un momento ludico, a indicazioni su cosa fare e come farlo. Stessa cosa vale per i vari corsi di lingue straniere, per dire. Meglio allora l’arte, che stimola la creatività.

Se penso ad Enea, mi accorgo della fondatezza di queste ipotesi. Come quando la scorsa settimana, dopo una giornata tra asilo e nonni, si è fatto mezz’ora di macchina senza fiatare e quando gli ho chiesto il perché di tutto quel silenzio mi ha risposto, stupendomi non poco, “Mi sto rilassando“. A nemmeno 3 anni.
Oppure penso al corso di prime bolle in piscina: l’acqua gli piace tantissimo, ma ogni volta erano pianti e opposizione alle attività che gli venivano proposte. Lui voleva fare i tuffi, ad esempio, e di raccogliere le palline o ‘fare a gara’ con gli altri bimbi ‘a chi arriva prima’, nemmeno a pensarci. E in effetti a settembre ci siamo chiesti se fosse effettivamente una cosa bella per lui. Nell’attesa di prendere una decisione, siamo arrivati a dicembre che ancora dobbiamo iniziare. Quello che sto pensando di fare è di andare comunque in piscina, visto che gli piace, ma in maniera libera, senza corsi da seguire.

Per concludere, quello che possiamo fare, come genitori, è:

  • Creare per il nostro bambino un ambiente sufficientemente sano ed equilibrato (per sufficientemente intendo vivere sereni senza starsi a fare nemmeno troppe pippe. Ad esempio, discutere davanti ai bambini non è necessariamente sbagliato. E’ importante però che il dialogo sia costruttivo, che non ci siano urla, battutine, sarcasmo o insulti, ma che ci si confronti in maniera adulta. Andarsi a nascondere in bagno o rimandare tutto alla sera a letto non è detto sia la scelta migliore, perché i bambini se ne accorgono e tenersi dentro questioni aperte rende comunque nervosi.
  • Dedicare loro del tempo esclusivo, stare insieme a giocare o parlare, senza distrarci a fare altro (cellulare, faccende, etc). Solo noi e loro.
  • Fare attività adeguate alla loro essenza, quindi poche cose, non servono chissà che invenzioni o situazioni strutturate.
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dimmi...

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