Non si nasce una volta sola. Perchè ‘Casa Tufilla’ – Parte 1

Roccamorice

Giovine e coi ricci al vento, in falesia a Roccamorice

Lo sapete perché questo blog si chiama Casa Tufilla? Stamattina pensavo che ve lo voglio raccontare, ma per farlo devo partire dall’inizio.

Gran Sasso

Gran Sasso, le prime vie alpinistiche

Un inizio che parte da una scelta, quella di mettere la parola fine ad un periodo della mia vita in cui non ero contenta di me, non ero quello che speravo per me. Un cambio radicale, che inizia con la montagna, il trekking, l’arrampicata, l’alpinismo.

Una fine dell’anno, poi, che dà il via a quei pensieri capaci di rimettere tutto in fila, le cose successe, i desideri nascosti, le scelte inconsapevoli, tutto torna chiaro. In quella sera di fine anno ho sentito il bisogno di buttare fuori i pensieri e il vissuto, e di ringraziare chi ne aveva fatto parte. Questa è la lettera che ho ritrovato stamattina nel mio hard-disk, che non spiega il perché di “Casa Tufilla”, ma senza il periodo che racconta, Casa Tufilla non ci sarebbe mai stata (o perlomeno non si sarebbe chiamata così).

La fine dell’anno è sempre un momento critico per me, l’atmosfera zuccherosa e tutta-sorrisi del Natale mi mette malinconia, tutto sembra più buono, e nel caos consumistico aleggia quella fastidiosa sensazione di calma apparente, come se tutto si fermasse, come se tutto debba andare bene, come se nulla possa accadere.

E allora mi fermo pure io, mi siedo sul bordo della mia coscienza e inizio a guardarci dentro. È buio, diamine se lo è, ma basta abituare gli occhi e pian piano l’oscurità diventa luce, così luce che se non te lo aspetti inizia pure a fare male.

Che anno è stato. Non ho mai vissuto tanto come in questi 365 giorni e più che un semplice anno, più che un passare di giorni, è stato un percorso, un cammino, un viaggio.
Sono arrivata da voi spezzettata, sfiduciata, incazzata, con un bisogno sconfortante di radere a zero tutto ciò che mi aveva deluso, strappare via i rami secchi e vedere finalmente germogliare qualcosa. Sono arrivata da voi perché non mi piacevo com’ero, com’ero diventata, e avevo il bisogno sconfortante di mettermi alla prova, trovarmi sola in mezzo a degli sconosciuti per poter di nuovo imparare qualcosa, ricominciare a conoscermi e finalmente riconoscermi.

Siete stai la mia tabula rasa, la lavagna bianca su cui ho ridisegnato la me che volevo essere e il foglio pulito su cui ho ricominciato a scrivermi “ti voglio bene”.
Un anno fa eravate degli sconosciuti, oggi non posso che chiamarvi amici e ringraziarvi tutti perché, coscienti o meno, mi avete preso la mano e avete disegnato, con me, un pezzettino di me. E quindi grazie, di cuore.

A Giacomo, perché coincide stranamente con tanti degli inizi di questo 2008, c’era sempre e molto spesso ne è stato l’artefice, ma soprattutto grazie per la forza e la speranza, per l’esempio che è, che tengo in tasca per ricordarmelo quando serve.
A Moretti, per la schiettezza nonostante tutto, la testardaggine e i sorrisi, perché uno così, quando li fa, so’ veri.
A Gigi, per la prima via a più tiri, il primo pianto, la prima paura, l’ottimismo e le chiacchierate.
A Michela, per la grinta, l’energia e per il “pensavo di fare già tanto io e non fermarmi un attimo e invece c’è Faccenda che me frega!”
A Marianna, per il carattere, l’amicizia lenta, di quelle che “te le devi meritare” e, ebbene sì, anche per le fettine di cinghiale impanate.
A Claudio, per la pazienza didattica, l’amicizia timida e la gentilezza discreta.
A Simone C., per la simpatia, il sole che porta e perché, come dice Qualcuno, “se fossi una donna lo sposerei”.
A quel Qualcuno, per gli occhi puliti, la tenerezza, la pazienza, la comprensione e perché m’ha rimessa al mondo.
E grazie a tutti gli altri, ognuno a modo suo, con un piccolo gesto, una parola, un momento condiviso.
Grazie di tutto.

E adesso che ho imparato a volermi di nuovo bene posso dire, forse per la prima volta con coscienza, che sono nata ancora una volta.

Molte cose sono cambiate da allora, alcune persone non fanno più parte del mio quotidiano, ma rivederle è sempre una gioia.
Altre invece non se ne sono più andate, le tengo in quell’angolo di cuore in cui sono conservati gli Amici e le includo nei salti mortali che faccio ogni giorno per trovare spazio alle cose importanti.
Io anche sono cambiata, di nuovo e ancora, e già prima di allora. L’ultima volta quando sono nata mamma, e ho provato a raccontarmi di nuovo.
E così eccolo qui, il seme di tutto. La prossima volta vi racconto come quel seme è sbocciato in Casa Tufilla.

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Un pensiero su “Non si nasce una volta sola. Perchè ‘Casa Tufilla’ – Parte 1

dimmi...

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