Di cose usate e pochi vezzi

Usato

Tutto “usato” tranne le scarpe

Che le mie scarpe da tennis costantemente ai piedi e il trucco solo quando capita non promettessero nulla di buono, credo fosse ormai chiaro anche a mia madre, affezionata al tacco 10 pure sui sampietrini e trucco, unghie e parrucco sempre a puntino.
Io no: se un giorno decido di mettermi lo smalto, ho le unghie di pasta sfoglia per mesi, ho i capelli corti perché tanto da lunghi li portavo sempre legati, e i miei piedini sono stati programmati per rifiutare un banalissimo tacco 4 dopo 30 minuti. Ci si poteva aspettare da me che diventassi una mamma fashion e vezzosa? Direi di no.

E infatti, il mio dolce angioletto biondo se ne va per il suo piccolo mondo con capelli boccolosi pettinati dal vento (sì, pettinati, non spettinati), tute comode, jeans, t-shirt e sticaxxi se si sporca.
Ma soprattutto, e adesso viene il bello, quasi tutto è di seconda mano. Sacrileggggggio!

Ricordo l’espressione di mia madre quando, con i piedi a salsicciotto e un pancione che aveva ormai preso possesso del mio corpo già poco leggiadro di suo, le dissi che non dovevamo comprare grandi cose perché mi avrebbero prestato o regalato quasi tutto. “Ma ‘sta povera creatura manco è nata e già lo facciamo vivere come uno zingarello?” (con tutto il rispetto, eh, si fa per parlare)

Ecco, capisco la percezione che le generazioni prima della mia possano avere di questa idea del riduco, riuso, riciclo. Una volta si era costretti a farlo, il dopoguerra e la mezzadria non erano certo fonti di ricchezza, e il successivo boom economico aveva portato al consumismo e alla perdita di quei valori di attenzione e cura verso le risorse. Oggi fortunatamente l’aria sta cambiando, c’è più sensibilità sul tema ambientale e la gestione delle risorse va nella stessa direzione.

Vestire Enea con abiti di seconda mano, usare un trio o un lettino che hanno già accolto altri bambini e sapere che quello che ho non finirà in una soffitta o in una discarica, tutto questo per me significa che:

  • Ho più cura delle cose che uso, perché non ‘finiranno con me’, ma potranno tornare utili ad altri.
  • Riduco i rifiuti dovuti alle cose che uso, a partire dagli imballaggi fino all’oggetto stesso che poi verrà buttato.
    Il lettino in cui ha dormito Enea fino a 1 anno, ad esempio, ha ospitato almeno 6 bambini nel corso degli ultimi 20 anni. Questo significa 5 imballi in meno prima e 5 lettini in meno poi, che finiscono in discarica o che occupano spazio in soffitta.
  • Risparmio denaro che posso utilizzare per altro. Si dice che avere un figlio costi molto e in molti non possano permetterselo. Forse è vero, in certe condizioni critiche, ma una famiglia come la mia, che lavora e conduce una vita normale, con qualche accortezza può cavarsela più che bene.
  • Risparmio tempo e energie. Sia per andare a fare acquisti, che per il decluttering, e soprattutto, non so se a voi succede, mi evito quel senso di ‘pesantezza’ che ti avvolge quando sai che hai un sacco di roba inutilizzata (e accidenti, praticamente nuova!) stipata in armadi, cantine e soffitte. Che poi quest’ansia altro non è che la molla che fa scattare il decluttering, a meno che non si voglia finire su qualche programma tv sugli accumulatori seriali.
  • Costruisco un futuro migliore per Enea. Lavoro in un’impresa guidata da un uomo illuminato, che vive il suo essere imprenditore con un obiettivo chiaro: “lasciare questo posto meglio di come l’abbiamo trovato“. Ecco, questa stessa filosofia guida il modo in cui ho scelto di vivere, e nel mio piccolo ci sto provando.

“Ma quanta gente ti pare che fa come fai tu? Da sola chissà che pensi di fare?”
Spesso mi sento dire questo, dalle stesse persone che pensano che vestire Enea con abiti usati sia una cosa da bisognosi, e non da famiglie normali come la nostra.
Perché continuo a fare quello che sto facendo? Per due motivi, essenzialmente.
Il primo è che onestamente quello che fanno gli altri non mi interessa, soprattutto se è qualcosa di meno rispetto a quello che faccio io. Da piccoli ci ripetono come un mantra che dobbiamo guardare chi fa meglio e non chi fa peggio. Da grandi, chissà perché, quelli che fanno peggio diventano gli alibi che ci costruiamo per non diventare migliori di noi stessi.
Il secondo motivo è che invece, quando le cose provi a farle, ti accorgi che c’è un mondo di gente che ci sta provando come te, e ti senti meno sola e sai che per quanto piccola, sei pur sempre un pezzo di quel mare che sta crescendo.

Culla, lettino, trio, fascia, bilancia, passeggino, seggiolino, vestiti, tutto prestato o regalato di seconda mano. Molte cose ci sono state regalate nuove, come il seggiolone, la vasca per il bagnetto, il lettino da viaggio, il passeggino, il seggiolino e tante altre cose, molte utili, altre di cui si poteva benissimo fare a meno. Esperienza, la chiamano.
Molte cose usate mi sono tornate utili per i nonni, per esempio, come il secondo lettino per la casa in campagna, o il secondo passeggino, o ancora il seggiolino auto (che aggiunto a quello nella mia macchina e in quella di Andrea fanno 3…non si possono mica comprare 3 seggiolini auto nuovi, suvvia! Dopo sì che fare un figlio diventa una svenarella*).

Di vestiti poi, devo ammettere di averne di più di quelli di cui avrei bisogno (il che significa meno ansia da lavatrice). Che siano prestati, di seconda mano o regalati per compleanno o Natale, se volessi potrei vivere di rendita con quelli. E mentre qualche pezzo, per carità, si vede che non è di primo pelo, vi assicuro che il 90% delle cose non le riconoscereste come usate.

Poi certo, sono pur sempre una donna e una volta ogni tanto prende pure a me l’attacco compulsivo di shopping, che non so a voi, ma a me, da quando sono mamma, porta a comprare quasi tutto per Enea.

Riesco quindi a vestire Enea anche molto carino, qualche volta. Con somma soddisfazione e giubilo di mia madre. Per il resto, preferisco viva da bambino, in vestiti comodi e facili da lavare, in cui potersi muovere libero e sbrodolarsi di gelato senza drammi. Senza dovergli correre dietro con il fazzoletto alla prima fragola afferrata con troppa foga o davanti a un pennarello sventolato minaccioso verso il golfino di lana. Tanto la colpa, se va in giro come un poverello, è la mia, madre degenere che non sono altro. Ma io le spalle ce le ho grosse, posso sopportarlo 🙂
Gli altri, i fautori del bambino vestito bene, perché “manco per chi ci vede, che lo portiamo in giro disabbinato, o in una banalissima tuta’, restano liberi di gestirsi i loro pargoli con le nuanches che preferiscono, io onestamente li ammiro pure, che hanno l’energia di comprare tutto abbinato, riuscire a vestirli ‘in blocco’ e pre-trattare, smacchiare, lavare e stirare tutti quei vestitini con grazia.

Che io poi manco stiro, lasciamo proprio perdere…madredemmmerda.

*svenarella = sangue che esce copioso dalle vene, dissanguamento; per estensione: dilapidazione di risorse e ricchezze 🙂

PS: per chi non avesse una rete di amici e parenti con cui fare scambi di usato, ho fatto un ricerca veloce di negozi nelle Marche. L’unico di cui conosco personalmente la proprietaria è Gaia Bazar, a Senigallia, degli altri a seguire onestamente non ne so nulla, ma già averli trovati è un inizio.

Ne avete altri da segnalare?

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dimmi...

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